Morte

Magister: Noi comprendiamo il vostro problema della morte perché sappiamo benissimo, essendo stati uomini, che gli uomini guardano alla morte non conoscendone la realtà vera, e quindi non la concepiscono come un fenomeno della vita; cioè morire per l'uomo non è un fatto che rientra conseguenzialmente nell'aver vissuto, è un fatto che sta al di fuori ed è quindi un fenomeno di recisione violenta di un altro fenomeno che dovrebbe e potrebbe continuare oltre.
Ora questa concezione della morte come soluzione violenta, come una recisione repentina di un filo, è un errore gravissimo poiché la morte non è un fenomeno a sé stante; cioè non esistono la vita e la morte, esiste solo la vita. Nella vita sono compresi tutti i gli stadi: la nascita, l'infanzia, la fanciullezza, la pubertà, la giovinezza, l'età matura, ecc.. e in questo arco vi sono tutti i fenomeni che ne fanno parte; al termine di questa catena, voi dite, c'è la morte che non fa parte della vita. Non è vero: in questa catena entra anche la morte, cioè la morte 'è' un fenomeno della vita. Non è un fenomeno a sé stante; non possiamo collocare da una parte la vita e dall'altra la morte, no, è la vita che contiene la morte perché la morte è un fatto transitivo diciamo. Tutte le alternanze degli opposti fanno parte della vita, di ciò che è vivo; quindi la vita è una realtà costante, immanente, che noi definiremo immobile e che diviene dinamica appunto per queste alternanze consecutive, tra le quali vi è anche la morte.
Guardare alla morte con questa concezione significa proiettarsi oltre i limiti di questa negatività che si attribuisce a questo momento della vita e quindi vedere ciò che sta oltre, o per lo meno sentirlo, e sentendolo, partecipare con la propria spiritualità alla spiritualità di tutti coloro che sono già passati attraverso questo momento, e che hanno acquistato, oltre questo momento, una maggiore coscienza della vita. Se il nascere è naturale, naturale è il morire; se tutto ciò è natura, nulla vi è che non sia armonioso, nulla vi è che cessi di esserlo perché l'armonia è presenza eccellente, è l'eternità. Ma l'uomo è ingiusto perché teme la morte e questa ingiustizia viene dall'egoismo che è paura di transitare senza aver abbondantemente goduto.
Gli antichi invece avevano una coscienza della morte, voi non avete coscienza della morte, ma solo paura della morte; e questa paura è cominciata con il cristianesimo, cioè quando si è creato l'olimpo cristiano con la concezione della dannazione eterna, della punizione intermedia purgativa e della beatitudine eterna; allora la morte ha cominciato ad essere uno spettro di cui avere timore perché appunto era la porta attraverso la quale si passava per giungere al giudizio. E ancor oggi, anche se molta gente non crede al paradiso, al purgatorio e all'inferno, però della morte ha sempre il concetto dello strappo da quella che è la cosa più bella: la vita. Lungi da me il pensiero di condannare gli uomini per questo loro atteggiamento che possiamo pure ritenere legittimo, ma soltanto penso che l'uomo dovrebbe educarsi maggiormente e comprendere esattamente questo fenomeno che è il fenomeno più importante della vita! L'uomo dovrebbe crearsi una mentalità adatta ad aprirgli gli occhi e quindi ad indirizzarsi verso questa che non è una conclusione, verso questo passaggio, con una coscienza diversa; non con la coscienza della disperazione di colui che perde, ma con la coscienza di colui che ha avuto e che troverà.


Nascer si deve e si deve morire per
questa eterna legge il tutto vive ma solo
amore lo può concepire